martedì 20 marzo 2012

#9

A Silvia – Giacomo Leopardi

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.

Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano
Ah Sirvia

Sirviè, t'aricordi
quanno che eri pischella
bella come er sole
te se illuminaveno l'occhi
e tu, mezza m'paranoiata,
cominciavi mpo' a invecchi?

Facevi n'casino
che te se sentiva
pure m'borgata
pe quanto urlavi,
mentre facevi er punto a croce
te sedevi e te facevi
m'paio de pensieri sur domani.
Era appena maggio: e passavi er tempo
senza fa ncazzo.

Quarche vorta lassavo perde
i libri e o studio
che prima
me se portavano via
tutto er tempo mio,
da casa de mi padre
te se sentiva strillà
e se sentiva pure
er casino che facevi cor telaio.
Guardavo er cielo terso,
le strade e l'orticelli,
da na parte er mare, dall'artra er monte.
Ma mpoi manco capì
e cose che t'avrei voluto di.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori,(e cheppalle) oh Sirvia mia!
Quanno ce chiedevamo
"e da grandi che faremo"?
Quanno che c'aripenso,
me se strigne er core
come m'pischello nnammorato,
e me rendo conto che so rimasto no sfigato.
Ah natura, mortacci tua,
perchè e promesse che fai,
poi te e scordi? perchè te piace tanto
fammece crede fino all'urtimo?

Tu, prima che cominciasse a fa freddo,
t'è venuta "l'Australiana",
e er fisico, nun ce l'hai avuto mai. E te sei
bruciata tutto lo struscio da regazzini;
'e rosicate
o 'e serenate sotto a finestra o fatte cresce li capelli
o le spizzate m'piazza;
nè co l'amichette tue er sabbato
quann'annavate a rimorchià.

E pur io nun me la passavo
poi tanto bene: er destino
ha voluto che quanno so nato
già c'avevo 'a barba. Ma dai,
mica se va via così,
senza manco salutà, dopo che
pareva pure che ce stavi!

Beh questo me merito? Così
funziona, tutti i viaggi
che se semo fatti?
è così che va a finì?
Quanno amo scoperto le carte
te n'hai tenuto botta: e me salutavi
m'posa sotto na pietra appresso all'omo nero
ma ormai te n'eri annata.

domenica 18 marzo 2012

#8


V canto inferno - Dante Alighieri


Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia,
e tanto più dolor, che punge a guaio.
     
Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
     
vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.
     
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
dicono e odono, e poi son giù volte.
     
«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,
     
«guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?
     
Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».
     
Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.
     
Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.
     
La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
     
Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.
     
Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.
     
E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
     
di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
     
E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,
     
ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?».
     
«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.
     
A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per torre il biasmo in che era condotta.
     
Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.
     
L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.
     
Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.
     
Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.
     
Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
     
I’ cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri».
     
Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».
     
Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».
     
Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere dal voler portate;
     
cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.
     
«O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
     
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
     
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
     
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
     
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
     
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
     
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.
     
Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».
     
Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».
     
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
     
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
     
E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.
     
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
     
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
      
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
      
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
     
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
     
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
     
E caddi come corpo morto cade.
V canto

Così scesi dar primo cerchio
verso er secondo, più piccoletto
ma così infame, che de lacrime te spresci.

Ce ste Minosse "er cagnaccio" a fa la guardia
e uno a uno te conta li peccati
e co la coda, più te gira e più so cazzi.

Quanno che er peccatore
je va sotto, se canta tutte 'e corna;
e lui, che ste cose l'ha già viste

te dice mo ndo devi annà;
tanto te gira a coda attorno
tanto più t'ha detto male.

Sotto all'occhi sua troppe ce ne stanno;
cor core n'mano aspettavano er turno de quello prima
che dopo er conto, scenneva ar posto suo.

"Che ce stai a fa qua a 'sto circolo den 'nfamità",
me disse Minosse appena me sgamò,
accannando quello che je viene mejo,

"vedi de nun fa cazzate e sta n'campana,
che uscì n'è facile come entrà!".
Er capo mio j'arispose: "Ma che c'avrai mai da strillà?

Lascialo n'pace e fallo passà:
là dove poi fa quello che te pare
così hanno detto, e mo levete".

Appizzai le recchie e sentii
quarcuno lamentasse; mo sto qua
dove ste lacrime m'affogheno.

Qua nce stava manco du cerini,
e ce stava n'casino come er mare quanno se 'ncazza,
co li venti che se sbattono.

Sta bufera nse poteva placà,
pija sti corpi e je li svota de le ossa,
li pija e li riggira come i fazzoletti.

Quanno che arrivavano sull'orlo der burone,
scapocciaveno, piagnevano e se lamentavano,
e je partivano cristi e madonne.

Capii che qua ce stavano
quelli che c'avevano la carne debbole,
er cervello fino ma er sangue cardo.

E come l'uccelli se movono cor freddo
stretti e appiccicati contro er vento
così quaggiù se movono sti zozzi

li spigne de qua, de là, te giù e te sù;
n'possono manco sperà più
nè de fermasse a pija fiato, nè de potè soffri de meno.

E come le grù che cantano pe i guai,
messi tutti ritti in fila
li vidi arivà tutti piagnendo,

ombre trascinate da sto vento;
allora chiesi: "Ah Sor Maè, chi so' quelli
che sto vento lo stanno a pija n'faccia?".

"De tutte quelle, a te de solo una
te 'nteressa", m'arispose,
"j'annava dietro n'sacco de gente.

"Er vizietto je piaceva così tanto,
che fece na legge pe rendello normale,
così a gente s'aa finiva de rimanecce male.

Se chiama Semiramide, e si t'enformi scopri,
che se sposò Nino e je passò davanti:
e terre der sultano, prima erano e sue.

Quell'artra è quella che d'amore c'è morta,
pe na promessa uscita male su la tomba de Sicheo;
poi ce sta Cleopatra a lussuriosa.

Là poi vedè Elena, che pe na cifra de tempo fece
passà i guai, e vedi er grande Achille,
n'artro che st'amore l'ha fatto secco.

Poi ce stanno Paride, Tristano", e più de mille
ombre me punto e me nominò,
che pe troppo piacere ce so rimasti lunghi.

Dopo che er Maestro mio me disse
tutte quee cose, dee donne e dei cavajeri,
ce so rimasto n'attimo n'botta.


E 'ncominciai:"Poè, ma parlame
mpò de quei due che stanno core a core,
e sto vento ni i smove".

Me disse: " 'O vedrai quanno
s'avvicineranno mpò de più; e je preghi
peffavore, de scambià du parole".

Appena er vento ce li portò sotto,
je dissi: "Voi che state a rosicà,
famose du chiacchiere, si nc'avete niente da fa!".

Come e colombe, che quanno l'uccelletti
li chiameno, tornano ar nido coll'ali alzate e ferme
se moveno nell'aria, spinte dall'istinto;

così 'sti due accanneno Didone,
ce raggiungono contro st'ariaccia
dopo che j'ho mollato l'urlo.

"Ah signò, te nc'hai 'a faccia cattiva,
ce vieni a fa vvisita, su sto monno 'nfame
noi, che cor sangue nostro, amo fatto n'macello,

se c'avessimo avuto 'e conoscenze giuste,
avremmo messo 'na bona parola pure pe te,
che nc'hai guardato coll'occhio torto.

Dicce di che voi parlà e che voi sentì,
e vedrai che t'asseconderemo,
finchè sto ventaccio nce se porterà via.

Io so' nata su la terra
vicino ar mare dove sfocia er Po'
che ariposa co l'artri fiumi come lui.

St'amore, che ai cori debboli s'accolla,
prese sto poro cristo
che m'hanno portato via; ma è pe i modi che ma a so segnata.

St'amore, che si te pija nun je poi di de no,
n'poi capì quanto moo lo fece piacè
e, come poi vedè, je sto ancora appresso.

St'amore però ce fece uscì chi i piedi davanti:
ma a sorte è bona e de Caino nce se scorda."
Proprio ste parole ce dissero.

Dopo avè sentito ste belle cose,
accucciai a capoccia pe quanta era a tristezza,
che de botta me disse er Poeta: "Che te rode?".

Je risposi: "Mortacci vostra,
sti pensieri dolci, tutto sto amasse,
guarda dove l'ha portati!".

Poi me girai verso de loro
e je dissi:" Ah Francè, tutte ste pene
fanno piagne pure a me.

Ma dimme: quanno che ancora ve spizzavate,
come avete fatto a capì
che ve pijavate proprio?".

E lei: "M'poi capì quanto me rode
dovemme ricorda de quanno ero felice,
mo che stamo qua; e er maestro tuo me capisce.

Ma se proprio ce tieni tanto
a sapè l'inizio de sta storia
te lo dirò co du parole e du lacrime.

Na matina ce mettemmo a legge pe caso
de come l'amore pure Lancillotto se pijò;
stavamo da soli, ma senza pensà a male.

Più de na vorte ce se ncrociarono l'occhi
mentre stavamo a legge, e sbianchevamo pure;
ma solo m'pezzetto ce fece scioje.

Quanno leggemmo che lui
je baciò er soriso,
st'omo, che manco la morte m'ha portato via,

tutto mbarazzato me stampò m'bascio m'bocca.
Mortacci de sto libbro e de chi l'ha scritto:
ancora n'amo fatto a tempo a finillo".

Mentre uno spirito me stava a parlà
l'artro m'poi capì quanto piagneva, e me se strinse er core
che quasi quasi me morivo pure io pe l'emozione.

E caddi come corpo morto cade.